pokerstars.it

Max Pescatori: "Il triplete lo dedico ai miei fan"

Max Pescatori, risultati alla mano, è uno dei più forti giocatori italiani di tutti i tempi: dopo il terzo braccialetto WSOP sta inanellando una serie di risultati impressionanti a Las Vegas. Pochi giorni fa ha raggiunto il tavolo finale del $10.000 Seven Card Stud Championship e tra poche ore tenterà di vincere il suo quarto titolo mondiale nell'evento #41, il $10.000 Seven Card Stud Hi-Lo 8 or Better Championship, che lo vedrà partire da secondo nel chipcount fra gli 11 player rimasti in corsa. Comunque vada, questo sarà il suo sesto piazzamento nella rassegna di quest'anno, e forse anche il terzo tavolo finale nel giro di pochi giorni.

"The Italian Pirate" cercherà l'ennesimo trionfo dopo aver riconquistato la vetta dell'All Time Money List italiana, che attualmente lo vede primeggiare con oltre $3.700.000. In questa intervista, realizzata dopo la sua storica tripletta ma prima che scalzasse Mustapha Kanit dal trono degli italiani più vincenti di sempre, gli abbiamo chiesto della sua impresa, di come ha costruito il suo bankroll e di cosa ne pensa della scena internazionale. Ci ha anche raccontato com'è nata e cresciuta la sua fama oltreoceano che l'ha portato prima in televisione e poi addirittura a diventare un personaggio dei videogiochi, rendendolo il giocatore di poker azzurro più conosciuto al mondo.

pescatori-triplete-intervista.jpgMax Pescatori

È stato più bello vincere il primo o il terzo braccialetto?

Perché non il secondo (ride)? Il primo è diverso proprio perché è la prima volta che lo vinci, quindi è differente. Non è necessariamente più bello ma l'entusiasmo che provi è diverso perché cerchi di arrivarci, ma non sai se ci arriverai mai. Ci sono tanti campioni che non hanno mai vinto un braccialetto nonostante milioni di incassi nella loro carriera. Quindi direi il primo. Certamente questo, il terzo, dà una soddisfazione diversa. Poi sai, arrivare sempre a un numero più grosso, il numero 3, è un'altra cosa, si entra a far parte di un'elite piccolina che ha raggiunto questo traguardo. Mi hanno detto che sono circa 25 i player che sono riusciti a conquistare 3 braccialetti nella storia delle World Series of Poker, e sono onorato di far parte di questo club.

C'è stato un momento preciso nel torneo in cui hai capito di potercela fare sul serio?

Al tavolo finale. Quando ero al tavolo finale ho davvero cambiato marcia e sapevo che l'unico che poteva impensierirmi davvero era Eli Elezra, che ha chiuso al 5° posto, perché lui è veramente geniale nelle pensate. È vero anche che è uno che rischia tanto, quindi contavo sul fatto che ogni tanto avrebbe potuto commettere qualche errore, però era lui l'avversario principale. Poi avevo comunque il chip leader alla mia sinistra che poteva essere un problema. Il Razz però non è come Hold'em: in questa variante il chip leader non ti dà troppi problemi perché non è che ti può 3bettare con nulla, qui le mani si giocano, quindi ero molto contento quando è uscito Elezra. Rimasti in quattro sentivo veramente che ce la potevo fare. A quel punto avevo già accumulato un po' di chip e sono riuscito a impostare bene il mio gioco. L'anno scorso invece, rimasti in 5 left nell'HORSE da $10.000, avevo giocato un piatto proprio di Razz che avrebbe potuto farmi diventare chip leader, ma l'ho perso uscendo dal torneo.

Sei il giocatore di poker italiano più famoso al mondo?

A Las Vegas ero l'italiano più famoso già agli albori del poker. C'è stato un momento in cui Dario Minieri era molto famoso, adesso sono cinque anni che non si fa vedere, e quindi anche la fama tende a svanire. Sono stato anche in televisione negli USA grazie alle mie partecipazioni in una quindicina di tornei unici. Poi il mio personaggio è stato riportato nei videogames, fra cui quello dedicato alle World Series of Poker prodotto dall'Activision. Non c'è proprio paragone con gli altri. A Las Vegas mi capita spesso di essere riconosciuto, come nei casinò in generale. In altre città, tipo New York, è già più difficile. In Italia invece, per esempio se salgo in un taxi, il tassista sa chi sono. Negli USA succede meno spesso perché il marketing non mi ha dato la spinta che ho avuto nello stivale, e poi qui di campioni ce ne sono tanti. È un po' diverso. Là sono il giocatore tra i 2-3 più famosi grazie al marketing e tutto. Qua sono uno dei 50 più conosciuti. È un po' quello che ha detto Jack (Effel ndr), io sono uno dei giocatori che voleva portare carattere nel mondo del poker. Quindi, in una poker room, tutti sanno chi sono. Non c'è quello che non sa chi sono, perché ho iniziato a mettere la bandana, perché ho vinto il braccialetto.

Pensando al pirata, ci viene in mente appunto la tua bandana: quando e perché hai cominciato a usarla nei tornei dal vivo?

L'ho messa per caso in un evento che sarebbe stato trasmesso in TV, non volevo andarci con i capelli tutti spettinati. Il caso ha voluto che in quell'evento raggiungessi il tavolo finale finendo in televisione. Il giorno dopo l'ho indossata di nuovo e boom, di nuovo final table. In quella rassegna ci sarebbero stati 30 tavoli finali, tutti trasmessi in televisione, e nel giro di due mesi riuscii a raggiungerne 8 o 9. Certo, erano tornei anche da 100 persone, ma il field era di tutto rispetto: giocavano campioni del calibro di Doyle Brunson. Quel torneo locale è stato poi trasmesso anche in Italia. Così ho iniziato a indossarla sempre, e hanno cominciato a chiamarmi "il pirata italiano". Anche nel videogioco mi sono portato dietro questo soprannome. È uno dei caratteri che ti distinguono dagli altri, come per Doyle Bronson il cappello da cowboy. Queste cose piacciono alla gente.

Sei ad un passo dalla vetta dell'All Time Money List italiana: cosa pensi delle ultime vittorie di Kanit e Sammartino?

Ci sono le mode nel poker, adesso c'è questa di giocare i Super High Roller, anche turbo. Giocano tornei da €50.000 o addirittura €100.000, anche vendendo quote.Anch'io quando ho giocato il $50.000 HORSE ho venduto un po' di quote, è da pazzi giocarsi un'automobile tre volte.Loro stanno facendo benissimo, sono nella top 15 della GPI. Kanit è primo in Italia. Non consiglierei comunque agli appassionati di provare a replicare la loro carriera, perché come loro ci hanno provato e ci sono riusciti, ci sono tanti altri che hanno provato e sono rimasti stesi. Hannomeritato di arrivare a quei livelli e adesso stanno moltiplicando le vincite quindi è difficile competere. Io, obiettivamente, già sento un po' di pressione a giocare un torneo dal buy-in di €10.000, mi dà un po' fastidio. Lo gioco comunque, perché giocherò Razz e sicuramente altri tornei, però non partecipo agli eventi senza pesare il loro costo. Sono buy-in importanti e i field sono più duri, nonostante siano ridotti. Non penso di tornare al primo posto, magari ci riuscirò, ma mi supereranno continuando a giocare quel tipo di buy-in. Io comunque resterò primo per un bel po' con i braccialetti.

Com'è cambiato il poker e il modo di giocare dal tuo primo braccialetto ad oggi, sia a Las Vegas che in Italia?

La percezione italiana è che nel 2006 vincere fosse più facile, ma non è così. È un luogo comune diffuso da quelli che vincono adesso e non vincevano prima, perché magari non giocavano, ma di certo uno che vinceva prima e adesso non vince più non te lo dice. Questa è una grande bugia che denota poco rispetto verso chi ha vinto in passato. Ti faccio un esempio: Valter Farina, vincitore del primo braccialetto nel 1995, giocava Seven Card Stud, che in quel momento era il gioco più diffuso dopo il No Limit Hold'em. Il braccialetto era più difficile da vincere. È vero che il field era da 500 persone, ma erano tutti bravissimi perché giocavano proprio quella variante.

Un torneo No Limit da 1.000 persone è più difficile vincerlo oggi o lo sarebbe stato di più nel 2006?
Adesso tutti sanno tutti giocare in un certo modo, 3bet x2,2, 4bet x4,6. In quel periodo non era così, ed era quindi richiesta creatività. C'era gente che aveva imparato giocando principalmente i tornei live. Secondo me è difficile adesso come lo era allora. È che cambia il gioco, ma non vuol dire che ora sia più difficile. È una questione di adattamento. Anche perché, chi ha insegnato ai campioni di oggi che sono così bravi al punto da giocare gli high roller da €100.000? Altra gente ha fatto scuola, magari hanno visto video che non esistevano prima. Una volta dovevi prendere un libro, studiarlo, magari trovare un amico, parlarne un pochettino e poi eri pronto per sederti al tavolo e fare esperienza. Adesso invece puoi metterti a studiare con un'infinità di materiale a disposizione. È più un lavoro da "studente universitario secchione", che ha più chance di fare bene. È più bravo quello di allora o quello di adesso? Io ti direi quello di allora.

Adesso dove vivi e come passi le tue giornate?

Vivo a Las Vegas dal '94 e adesso quello che mi piace è girare il mondo come ho fatto dal 2001. Ho vissuto in tanti posti, con Las Vegas come base, e mi piace passare un po' di tempo a Londra perché la adoro. Mi piace andare nel sud della Francia in Costa Azzurra, giocare i tornei italiani perché in Italia è bello, andare in Slovenia perché amo veramente il Perla. Recentemente sono stato anche a Malta diverse volte per lavoro, e non mi dispiace affatto come location.

Quanto spesso e a che limiti giochi online?

Top secret. Gioco online e faccio più pratica nei turbo perché mi piacciono come tornei in generale. I tavoli virtuali sono un ottimo modo per giocare la sera. Mi piace guardare le partite di calcio, e mentre le guardo gioco online. Per il resto top secret.

Come hai costruito il tuo bankroll?

Lavorando. Prima lavoravo e dopo il lavoro giocavo un po'. È la cosa che dico a tutti di fare: cercare di costruire un bankroll da pro, a mio avviso, non è consigliabile. Sarebbe più opportuno costruirlo lavorando e moltiplicando ciò che si guadagna dopo il lavoro. Se non riesci a farlo, se non riesci ad affermarti in questo modo, non puoi essere un professionista. Invece la gente vuole lasciare il lavoro e farsi il bankroll. È sbagliatissimo. Anche perché è molto difficile tornare al lavoro dopo aver provato a giocare. Quella del semi-pro è la strada più facile.

Hai un giocatore preferito?

Sì, poi cambiano nel tempo. A me piaceva tantissimo Micheal Mizrachi, mentre adesso mi piace Robert Mizrachi. Micheal è quello che mi ha entusiasmato di più quando l'ho affrontato al tavolo perché un fenomeno vero. Giocava in modo diverso dagli altri, è proprio genio puro. Così come Carlos Mortensen, che giocava in maniera così differente che tutti pensavano fosse un donk e poi ha vinto due WPT e un titolo mondiale. Nelle varianti mi piace il mio amico Tod Brunson, è veramente bravo. Ha scritto anche i capitoli su Super System 2 sullo Stud Hi/Lo, un libro bellissimo. Io sono diventato più bravo nelle varianti, e anche a lui sicuramente ho dato qualcosa, parliamo spesso del gioco proprio come fanno i giocatori di Hold'em, ma noi discutiamo delle varianti. Ci spieghiamo le mani e ci confrontiamo su come avremmo affrontato determinati spot. Tod è davvero un fenomeno su questo. Nell'Hold'em invece non saprei perché ci sono cosi tanti talenti che non li seguo neanche.

A chi dedichi il Triplete?

Lo dedico a tutti i fan che mi scrivono "forza" da un bel po'. Anche quando le cose non andavano benissimo sono rimasti miei fan e mi hanno seguito ogni anno alle World Series. Ci sarebbero tante persone da ringraziare individualmente ma in generale mi piace la passione degli italiani che fanno il tifo. Dopo la vittoria mi sono arrivati 1.000 messaggi tra Facebook e telefono. È fantastico vedere quanta gente è contenta. È una cosa che sento particolarmente: quando giochi in uno stadio vuoto a calcio è una cosa, se invece lo fai con tutta la gente che ti incita dai di più. Perché quando le cose vanno bene segnano tutti, nel momento difficile invece, se c'è chi ti dice "Non ti preoccupare, sei sempre forte, ti rifarai la prossima volta", è un qualcosa che ti aiuta un tantissimo. Quindi il triplete lo dedico ai miei fan.

Gianvito Rubino per PokerStarsBlog.it

Archivio