Ken Uston il più celebre contatore di carte della storia
Quando si parla di casinò, il confine tra storia e leggenda è spesso sottile come una carta da gioco. Da una parte c’è il mito del grande azzardo. Dall’altra c’è la matematica, fredda e inesorabile.
Nella storia del blackjack, questa contrapposizione ha avuto un volto e un nome: Ken Uston. Manager, matematico, contatore di carte e organizzatore di squadre, Uston non si limitò a sfidare il banco. Portò uno dei più importanti casinò di Atlantic City davanti alla Corte Suprema del New Jersey. E vinse. Ma andiamo con ordine.
Chi era Ken Uston
Ken Uston nacque a New York il 12 gennaio 1935 con il nome di Kenneth Senzo Usui. Sua madre, Elsie Lubitz, era di origine austriaca. Suo padre, Senzo Usui, era un immigrato giapponese arrivato negli Stati Uniti nel 1929.
Dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, il padre di Ken venne prelevato dall’FBI e trattenuto per circa tre mesi a Ellis Island. La famiglia fu sottoposta a restrizioni e il piccolo Ken, che aveva appena sei anni, divenne bersaglio di insulti e discriminazioni per le sue origini giapponesi.
Al termine della guerra, la famiglia si trasferì a New Haven, nel Connecticut, dove Senzo trovò lavoro a Yale. Ken frequentò inizialmente la University of Connecticut e poi passò proprio a Yale. Si laureò a vent’anni in economia, magna cum laude e Phi Beta Kappa, quindi conseguì un MBA in finanza ad Harvard.
La sua carriera professionale fu altrettanto rapida. Lavorò nel settore delle telecomunicazioni e nella consulenza, prima di raggiungere i vertici della Pacific Stock Exchange di San Francisco. Divenne vicepresidente della Borsa e presidente della Pacific Clearing Corporation, una sua controllata. Aveva una moglie, Betty, tre figli e uno stipendio da dirigente. Sulla carta, il sogno americano era completo.
A Uston, però, quella vita non bastava. Detestava le dinamiche del mondo aziendale e cercava qualcosa che mettesse davvero alla prova il suo talento per i numeri. Poi incontrò Al Francesco.
Il punto di svolta: Al Francesco
Al Francesco, pseudonimo di Frank Schipani, non era un giocatore qualunque. Aveva preso le teorie sul conteggio delle carte rese celebri da Edward O. Thorp, autore di Beat the Dealer, e le aveva trasformate in una strategia di squadra.
Anche sull’incontro tra Uston e Francesco esistono versioni differenti. Uston raccontò che si conobbero durante una partita di poker. La biografia della famiglia parla invece di una festa. Quello che sappiamo è che, nel 1974, Francesco lo introdusse al blackjack professionale e cambiò per sempre la direzione della sua vita.
Uston iniziò a studiare il gioco durante le pause di lavoro e si allenò fino a essere ammesso nella squadra di Francesco. Poco dopo lasciò la sua prestigiosa carriera aziendale per dedicarsi interamente al blackjack.
All’inizio il suo compito era quello di contare le carte puntando somme contenute. Dopo pochi mesi venne promosso al ruolo più appariscente e delicato: il Big Player, il giocatore incaricato di arrivare al tavolo nel momento giusto e piazzare le puntate più alte.
Il rapporto con Francesco, tuttavia, non sarebbe durato. Nel 1977 Uston pubblicò insieme a Roger Rapoport The Big Player, un libro che rivelava al pubblico i segreti del gioco di squadra. Francesco considerò quella pubblicazione un tradimento. I due ruppero e Uston iniziò a organizzare squadre proprie.
Come funzionava il team dei contatori di carte
Nel conteggio delle carte non c’è nulla di magico. Servono memoria, concentrazione, disciplina e una comprensione rigorosa delle probabilità. E anche quando il conteggio viene eseguito correttamente, non esiste alcuna garanzia di vincere una singola mano o una determinata sessione.
Con la strategia di base, il blackjack conserva normalmente un margine matematico per il banco, variabile in base alle regole del tavolo e spesso compreso tra circa lo 0,5% e l’1%. Il conteggio serve a individuare le fasi in cui la composizione delle carte ancora nel sabot può spostare temporaneamente il valore atteso dalla parte del giocatore.
Uno dei sistemi più conosciuti è l’Hi-Lo, nel quale alle carte basse viene assegnato un valore positivo, alle carte intermedie un valore neutro e a dieci, figure e assi un valore negativo. Quando sono già uscite molte carte basse, aumenta proporzionalmente la presenza di carte alte tra quelle ancora da distribuire. Una situazione potenzialmente favorevole al giocatore, soprattutto perché un blackjack viene pagato più di una normale mano vincente.
La vera innovazione di Al Francesco non fu però il conteggio in sé, ma il modo in cui veniva organizzato. Ai diversi tavoli sedevano gli spotter, giocatori apparentemente comuni che puntavano cifre ridotte e tenevano il conto delle carte uscite.
Quando il conteggio diventava favorevole, lo spotter lanciava un segnale convenuto. A quel punto entrava in scena il Big Player, che sembrava non avere alcun rapporto con gli altri membri della squadra. Piazzava puntate molto più alte finché il vantaggio durava, poi lasciava il tavolo o tornava a scommettere somme inferiori.
La squadra non vinceva ogni mano. Sul lungo periodo, però, cercava di puntare le somme maggiori soltanto nelle situazioni con valore atteso positivo. Il sistema riduceva inoltre uno dei principali segnali utilizzati dai casinò per individuare un contatore: l’improvviso aumento delle puntate da parte dello stesso giocatore.
Le grandi vittorie e i computer nascosti
Dopo la separazione da Al Francesco, Uston portò il gioco di squadra a un livello ancora più sofisticato. Collaborò con l’ingegnere Keith Taft alla realizzazione di George, uno dei primi computer portatili utilizzati a un tavolo da blackjack.
Il dispositivo teneva traccia delle carte, calcolava il vantaggio e suggeriva quanto puntare e come giocare la mano. I suoi componenti erano distribuiti sotto gli abiti dell’operatore. Un piccolo comando permetteva di inserire le carte uscite, mentre un segnalatore vibrante nascosto nella scarpa trasmetteva le indicazioni al Big Player.
Secondo il racconto di Uston, il sistema venne provato per la prima volta in un casinò nel febbraio del 1977. La squadra arrivò a guadagnare circa 110 mila dollari in cinque settimane, prima che alcuni membri venissero scoperti e arrestati a Lake Tahoe. Le accuse furono successivamente ritirate, ma l’esperimento con i computer terminò.
Questo episodio va distinto dal conteggio mentale delle carte. La futura sentenza del New Jersey avrebbe riguardato esclusivamente l’uso delle capacità del giocatore, non quello di dispositivi elettronici nascosti, la cui disciplina legale dipende dalle norme applicabili nel luogo e nel periodo in cui vengono utilizzati.
Le cifre attribuite alle squadre di Uston cambiano a seconda delle ricostruzioni. Una delle più note riguarda il Resorts International di Atlantic City, dove, secondo quanto dichiarato dallo stesso Uston, il gruppo vinse circa 145 mila dollari in nove giorni.
I casinò cominciarono inevitabilmente a riconoscerlo e a impedirgli di giocare. Uston reagì con una collezione di travestimenti sempre più elaborati. Barbe finte, parrucche, cappelli da cowboy, uniformi da operaio e persino il personaggio di un anziano psichiatra. Per qualche tempo riuscì a tornare ai tavoli sotto identità diverse, ma ogni nuova vincita rendeva più difficile passare inosservato.
Alla fine, invece di cercare un travestimento migliore, decise di combattere a volto scoperto.
Uston contro Resorts International: la sentenza del 1982
Il 30 gennaio 1979, il Resorts International escluse Uston dai propri tavoli da blackjack. Non era accusato di aver segnato le carte, manipolato il gioco o utilizzato dispositivi elettronici. Il problema era la sua abilità nel conteggio.
Uston contestò il provvedimento davanti alla Casino Control Commission del New Jersey. Dopo una lunga battaglia legale, il caso arrivò davanti alla Corte Suprema dello Stato con il nome di Uston v. Resorts International Hotel, Inc.
La sua posizione era semplice: osservare le carte uscite e utilizzare mentalmente quelle informazioni non significava alterare il gioco. Il conteggio non era vietato dalle regole stabilite dalla Commissione e il casinò non poteva inventare autonomamente una nuova causa di esclusione.
Il 5 maggio 1982, la Corte Suprema del New Jersey gli diede ragione. La sentenza stabilì che, in assenza di una specifica norma della Casino Control Commission, il Resorts non aveva l’autorità per escludere Uston soltanto perché sapeva contare le carte.
La decisione non trasformò il conteggio delle carte in un diritto universale valido in ogni casinò. Riconobbe però un principio fondamentale nel sistema normativo del New Jersey: le regole dei giochi e le eventuali limitazioni dovevano essere stabilite dall’autorità competente, non decise arbitrariamente dal singolo operatore.
Uston aveva vinto la battaglia legale. I casinò, però, avevano ancora molte mosse a disposizione.
Come reagirono i casinò
Dopo la sentenza, la Casino Control Commission decise di non autorizzare l’espulsione automatica dei contatori di carte. Permise però ai casinò di adottare diverse contromisure.
Gli operatori poterono aumentare il numero dei mazzi, rimescolare anticipatamente le carte e utilizzare sistemi di mescolamento continuo. Negli anni successivi vennero autorizzati anche ulteriori strumenti, come la possibilità di modificare i limiti delle puntate.
Il conteggio non divenne impossibile, ma risultò molto più difficile trasformarlo in un vantaggio economicamente sfruttabile. Le fasi favorevoli duravano meno e un improvviso aumento delle puntate rendeva il giocatore immediatamente riconoscibile.
Il paradosso era evidente. Uston aveva dimostrato che un casinò non poteva semplicemente cacciarlo per la sua abilità. I casinò avevano però imparato a difendere il proprio margine modificando, nel rispetto delle regole, le condizioni offerte al tavolo.
Dai tavoli di blackjack a Pac-Man
Quando il blackjack professionale diventò più complicato, Uston rivolse la stessa ossessione per numeri e schemi verso un mondo completamente nuovo: quello dei videogiochi.
Si appassionò prima a Space Invaders e poi a Pac-Man, studiandone i percorsi e le sequenze con lo stesso approccio utilizzato ai tavoli. Nel 1981 pubblicò Mastering Pac-Man, una guida che diventò un bestseller. Negli anni successivi scrisse numerosi libri sui videogiochi e sui primi personal computer.
Il passaggio non era così sorprendente come poteva sembrare. Per Uston, blackjack e videogiochi erano manifestazioni dello stesso problema: sistemi apparentemente caotici nei quali cercare regole, ripetizioni e piccoli vantaggi nascosti.
La morte e l’eredità di Ken Uston
Ken Uston morì il 19 settembre 1987 in un appartamento preso in affitto a Parigi. Aveva soltanto 52 anni. La morte venne attribuita a cause naturali e, secondo diverse ricostruzioni, a un’insufficienza cardiaca.
Negli ultimi anni aveva cercato di ricostruire il rapporto con la famiglia. Sua sorella Lynn ricordò che Ken le domandava spesso perché, nonostante i successi, non riuscisse a essere felice. Lei gli rispondeva che i geni non sono necessariamente persone felici.
Nel 2002 Uston venne inserito nella Blackjack Hall of Fame. La sua eredità, però, non consiste in una formula capace di garantire vincite. Uston dimostrò qualcosa di più interessante: quando un giocatore scopre un vantaggio, il sistema reagisce e cambia le proprie regole.
La matematica può aprire una finestra. Il casinò proverà a chiuderla. In mezzo rimane il rischio, che nessun metodo e nessuna leggenda possono cancellare.