Saturday, 4th April 2026 07:57
Home / Lo slowplay nel poker: quando e come nascondere la propria forza

Lo slowplay è una tattica del poker che consiste nel tenere nascosta la forza della propria mano con giocate passive che rappresentano debolezza, come check e call.

Molti giocatori alle prime armi lo accomunano al bluff, perché sostanzialmente si tratta di raccontare una storia non vera, ma in realtà è il suo esatto contrario, poiché il bluff è la pratica di rappresentare una mano forte puntando e rilanciando, anche se si ha una mano debole.

Tra i principianti è una mossa molto praticata perché mirano a essere illeggibili, ma non sempre è la mossa più corretta. Anzi, spesso è quella sconsigliata.

Slowplay, un esempio

Per iniziare, facciamo un esempio generico di slowplay, forse anche esagerato: siamo sul BB al NL25 su PokerStars.it, il giocatore da BTN rilancia €0,60 e noi con AA decidiamo di limitarci al call (invece di rilanciare).

Il flop è A98, checkiamo e l’avversario punta €0,50. Decidiamo di limitarci al call per andare al turn K. Checkiamo di nuovo e l’avversario punta €2, ancora call. Il river è un 6, facciamo check per la terza volta e il giocatore da BTN decide di checkare. Getta la sua mano nel muck e noi vinciamo il piatto.

In questa mano, non abbiamo espresso mai nessun segno di aggressività, e così l’avversario ha potuto puntare liberamente e noi incassare le sue chips. L’idea è che, se avessimo puntato o rilanciato, lui avrebbe probabilmente foldato la mano e noi avremmo vinto poco o niente.

Perché fare slowplay?

Il “pro” dello slowplay è esattamente questo: vogliamo che l’avversario spinga volontariamente le sue chips nel pot, sperando di vincere la mano ma trovandoci con un punto migliore (in gergo: auto-value bet), oppure che provi a bluffare approfittando della nostra debolezza.

Il secondo è lo scenario più comune e ragionato dello slowplay: se l’avversario non ha niente, folderà alle nostre puntate, ma potrebbe ogni tanto tentare un bluff e puntare. Di conseguenza lasciarlo fare è la mossa più profittevole.

Un altro punto a favore di questa tattica è che con la giusta dose di slowplay possiamo “proteggere i range” di check, di call eccetera. È un argomento un po’ più avanzato, quindi non ci dilungheremo troppo, ma per spiegarci meglio: se checkiamo solo mani deboli, l’avversario capirà la nostra forza; se aggiungiamo mani forti al nostro range di check, non avrà decisioni facili.

Perché NON fare slowplay!

I “contro” – e sono i più importanti – è che nella maggior parte dei casi si rivela una giocata che nel lungo termine regala meno vincite di quanto si immagini. Molto meglio puntare ed estrarre valore, anche a costo di far foldare subito l’avversario.

Per esempio, nella mano qui sopra, se l’avversario avesse avuto KQ – posto che avrebbe probabilmente puntato al river – avremmo alzato di molto il piatto 3-bettando preflop, c-bettando al flop e al turn, o anche in altri modi tra check-raise, lead eccetera.

Tutto comunque dipende da vari fattori, come il board e l’effettiva forza della nostra mano, ma un altro motivo per evitare lo slowplay è negare equity alle mani che possono superarci. Nel board dell’esempio precedente, l’avversario poteva avere molti progetti di scala e di colore. Facciamoglieli pagare, e non diamogli l’opportunità di regalarsi un punto più alto del nostro set!

Quando è il momento di simulare debolezza

Basta rifletterci un po’ e diventa facile capire quali siano le discriminanti per decidere se andare in slowplay o fast play (giocare attivamente e aggressivamente).

Prima di tutto possiamo pensare alle tendenze dell’avversario: se è il tipo di giocatore calling station, è evidente che estrarremo più valore puntando forte. Lui chiamerà sempre (o comunque spesso) e gestiremo il piatto come vogliamo. Dobbiamo solo fare attenzione a trovare la size giusta.

Se però l’avversario è un maniac con la predisposizione per il bluff? Può essere la situazione buona per lasciare che faccia tutto da solo. Questo dipende dal “sottotipo” di maniac: se è uno che rilancia a ogni c-bet, allora possiamo anche puntare, così massimizzeremo il piatto; se invece è ultra-aggressivo quando noi siamo passivi, ma folda alle puntate altrui, meglio lo slowplay.

La cosa più importante da tenere in considerazione però è lo spot in sé, il tipo di board e le carte che possiamo avere noi e il nostro avversario. In altre parole, texture e range.

Quando abbiamo 88, un board come 986 è molto diverso da J82, e anche da AK8. Nel primo caso abbiamo un middle set che però può temere molti draw di colore e di scala. Nel secondo caso abbiamo un middle set ma poche preoccupazioni di perdere, e infine nel terzo caso abbiamo un middle set, poche preoccupazioni, e carte alte.

In tutti questi casi comunque è importante considerare il range dell’avversario. Se rilancia da UTG difficilmente avrà hittato nei primi due board, ma avrà quasi sicuramente preso qualcosa nel terzo. Di conseguenza cambierà anche il suo approccio alla mano.

Su flop connessi e coordinati, solitamente è meglio puntare e far pagare caro i progetti dell’avversario, mentre su board dove l’altro difficilmente ha chiuso qualcosa, possiamo checkare per indurlo al bluff, o regalargli una top pair con la quale possa pagare.

Quindi va bene giocare passivi?

La risposta, come avrai ormai capito, è “dipende”. Ma perlopiù no, giocare in maniera attiva e aggressiva genera vincite più alte nella maggioranza dei casi.

L’unico caso dove giocare in maniera passiva ha la meglio, è quando tutte le considerazioni fatte sopra (board, range dell’avversario, il nostro range da lui percepito e le sue tendenze di gioco) portano a una conclusione: l’avversario è disposto a puntare, ma non a chiamare nella maggioranza dei casi.

Quindi un avversario tight aggressive con tendenze al bluff rilancia da cutoff e cade un board come 1065? Il suo range di valore è per lo più top pair e overpair, ma più di frequente avrà mani deboli come AQ, KJ, Q9s o simili. Qui con 66 possiamo giocare in slowplay per diversi motivi:

  • Può bluffare tutto il range che folderebbe a una nostra bet o a un check-raise
  • Non abbiamo bisogno di proteggerci da eventuali draw (ce ne sono, ma in percentuale bassa)
  • Facendolo puntare possiamo fargli hittare una top pair o meglio, che potrebbe pagare nelle street successive

Un caso raro che viene spesso giocato male in questo frangente è quando chiudiamo un punto virtualmente imbattibile al flop. Pensiamo per esempio di rilanciare 77 e trovare un flop come 773, o di chiamare con 98 e chiudere scala colore con 1076.

Purtroppo in questi casi spesso… qualunque scelta sarà poco vantaggiosa: puntando l’avversario folderà, checkando non estrarremo molto valore.

Anche in questi casi dobbiamo fare gli stessi ragionamenti, e scopriremo che per vincere dobbiamo far bluffare l’avversario (cosa che spesso non accade) o fargli chiudere un punto e vincere con quello.

Per esempio, nel caso del poker al flop se il board fosse 77A avremmo già qualche chance in più, sperando di trovarlo con un draw di colore, con un Asso… o magari con due assi!

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