Domenica scorsa, all’età di 72 anni, è scomparso Valter Farina. A chi frequenta il mondo del poker da poco, è un nome che potrebbe dire poco o nulla. Ma stiamo parlando del primo italiano capace di diventare campione del mondo e, più in generale, del primo italiano professionista di poker.
Storia di Valter Farina, il pro prima dei pro
Prima dell’era digitale, quando le informazioni transitavano con lentezza e l’evoluzione umana proseguiva a velocità abbastanza naturale, la figura del poker pro non esisteva. O meglio, era sempre accompagnata da una patina di ignoto che rendeva impossibile distinguere tra realtà e leggenda metropolitana. C’erano dei tizi che si diceva fossero fortissimi a poker, infatti li si vedeva raramente in giro, non si sapeva cosa facessero realmente nella vita, ammantati da questo alone di mistero vista la mancanza di Sharkscope, Hendon mob e tutto quanto abbiamo oggi a disposizione per verificare i risultati reali.
Inoltre, prima che David Sklansky si inventasse il modo per decodificare il poker rendendo possibile la strategia, la bravura di un giocatore era esclusivamente demandata a esperienza e istinto. In quel contesto, pionieristico per definizione, si muoveva Valter Farina.
Genovese classe 1954, Farina era della generazione cresciuta a pane e poker all’italiana. E, come molti di loro, con il diffondersi delle varianti americane, si era adattato molto bene al Seven Card Stud. In fin dei conti, la nostra “Telesina” altro non era che un 5-card Stud, seppur giocato con mazzo ridotto e non con tutte le 52 carte.
Da Las Vegas ai Caraibi
La premessa è d’obbligo, perché Valter Farina era veramente bravo, al punto da decidere di trasferirsi a Las Vegas, la patria del poker all’americana, per provare a vivere di quello. Erano i primi anni ’90, il poker online non esisteva ancora e nei casinò si giocava soprattutto a giochi Limit, in particolare Seven Card Stud.
Le cose andarono bene e Farina rimase per qualche anno a vivere lì, fino al 2003. Quell’anno, grazie a un evento di poker, conobbe l’isoletta caraibica di St. Maarten, che gli piacque talmente tanto da decidere di andarci a vivere. E proprio lì, fino a qualche tempo fa (ovvero finché la salute glielo ha consentito), Farina ha continuato a guadagnarsi da vivere giocando cash game nel casinò locale e in altre case da gioco limitrofe a Panama, Aruba, Guadalupe.
Valter Farina, il primo italiano campione del mondo
La grande soddisfazione, del resto, se l’era già tolta diversi anni prima. Nell’aprile del 1995, lui che è sempre stato un cash gamer e i tornei di poker non li ha mai particolarmente amati, era diventato il primo italiano a fregiarsi di un braccialetto da campione del mondo. Era accaduto in un evento da 1.500$ di buy-in, dove si era lasciato alle spalle 240 avversari, l’ultimo dei quali era stato lo statunitense Steve Karabinas. La specialità? Neanche a dirlo: Seven Card Stud.
I ricordi di Pescatori e Isaia
Ai Caraibi, Farina si era costruito una vita a misura sua, tra poker, sole e mare. Negli ultimi anni, i problemi di salute si erano moltiplicati e, purtroppo, il 15 marzo scorso, è venuto a mancare. Valter lascia un vuoto enorme in chi ha avuto la possibilità di conoscerlo, tra i quali ci sono due fior di campioni come Max Pescatori e Alessio Isaia.
Il “pirata italiano” lo ha omaggiato pubblicamente, ricordando che fu proprio Farina a spingerlo a tentare l’avventura di poker pro e lasciarsi l’Italia alle spalle. Isaia, invece, aveva stretto una bella amicizia con Farina negli anni trascorsi ai Caraibi, e anche Alessio ha ammesso l’importanza di avere una persona del genere come amico e mentore.
L’aneddoto “Non mi piace il tavolo”
Oggi, però, voglio ricordarlo con le parole di un altro pokerista italiano, sicuramente meno famoso di Pescatori e Isaia. Parlo di Antonio Pezzi, milanese tra i veterani del poker e amante delle varianti come Farina. Antonio lo ha ricordato in un post su Facebook, che riporto integralmente:
“Sarà stato il 2004 o il 2005 non ricordo bene, eravamo in coda al Bellagio per sederci al cash game. Un attesa snervante, coda di 60/70 persone e noi li a chiacchierare seduti al bar. Finalmente dopo 3 o 4 ore ci chiamano, contemporaneamente, e ci sediamo a due tavoli diversi. Passano 10 minuti e ti vedo andare via…. mi fai un cenno, mi alzo e ti raggiungo. Ti chiedo cosa mai può essere successo per alzarsi così presto dopo tutta quell’attesa…… e tu, con la serenità e la calma di un monaco tibetano, mi rispondi : “Niente Anto, non mi piace il tavolo”. In quel momento iniziai ad intuire cosa significa essere pro. Quelle parole mi hanno sempre accompagnato nei 20 anni successivi. Grazie per i tuoi insegnamenti e per i momenti che abbiamo condiviso. Ciao Valter.”
Quel “non mi piace il tavolo” dopo ore e ore di attesa, racconta di quanta saggezza e pazienza debba disporre un professionista di poker, per ambire a poter fare quella vita di cui molti vedono solo gli aspetti brillanti, ma che in realtà è fatta soprattutto di scelte silenziose e di rinunce.
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