Thursday, 20th August 2026 08:59
Home / Cinema e poker, un rapporto particolare

C’è una domanda che tantissimi appassionati di poker si sono posti almeno una volta, nella vita: perché ci sono così pochi film sul nostro gioco preferito? Non esiste una risposta univoca a questa domanda, ma più spiegazioni.

Cinema e poker, perché vanno poco d’accordo? La difficoltà tecnica e i tempi morti

Partiamo da una motivazione per così dire tecnica, avente a che fare con la natura stessa del gioco e la sua compatibilità con la narrazione per immagini.

Se è vero che il poker è un gioco con momenti di forte adrenalina, ciò avviene perché esiste una componente maggioritaria fatta di tempi morti.

La lentezza di alcune parti del gioco, come la riflessione sulla mossa da compiere, oppure la valutazione della size da scegliere per una puntata, è assolutamente essenziale al gioco stesso, ma del tutto disfunzionale per il ritmo di una narrazione in video.

In tv

Si tratta della stessa valutazione che si fa per i tempi televisivi, a loro volta non esattamente compatibili con quelli di una mano di poker. Se infatti pensate a trasmissioni a cui molti appassionati sono legati, come Poker1mania, ma anche altri show pokeristici che raccontavano tornei dal vivo. Quei programmi proponevano highlights, ovvero le fasi essenziali di un evento, tagliate proprio dei tempi morti. Un tavolo finale televisivo di un grande torneo live può durare 8-10 ore e a volte anche di più, dunque condensare quanto accaduto è indispensabile per rimanere nei tempi di una trasmissione televisiva, che in genera va da mezz’ora a un’ora.

Al cinema

Se nel confronto con i tempi televisivi il poker deve seguire la logica degli highlights, nel cinema si aggiunge la necessità di un corpo narrativo di un certo spessore, a complicare ulteriormente le cose.

Poiché il poker rappresenta una nicchia, è impensasbile costruire un copione cinematografico intorno ad aspetti troppo tecnici del gioco, che risulterebbero incomprensibili alla grande maggioranza del pubblico, ovvero quello non edotto al gioco del poker.

Serve dunque una certa banalizzazione della parte pokeristica, che però deve rimanere sufficientemente credibile. Trovare un punto di equilibrio, in tal senso, è una cosa di enorme difficoltà. Un ottimo esempio è costituito da Rounders, ritenuto non a caso il miglior film sul poker mai realizzato.

Nella banalizzazione, rientra anche l’accantonamento di elementi cruciali, come ad esempio il gioco in bankroll. Ci saremmo mai innamorati del personaggio di Mike McDermott-Matt Damon (nella foto PokerNews) se si fosse contro TeddyKGB il 5-10% del bankroll? Ovviamente no, perché per creare un eroe cinematografico è necessaria la suspence e un inevitabile saliscendi emotivo fatto di cadute e risalite.

Ci sono esempi, come Double You – Le Regole del Gioco, in cui la banalizzazione risulta eccessiva e i personaggi sembrano muoversi in maniera troppo prevedibile.

E poi ci sono altri esempi mirabili, come quello di Molly’s Game. La pellicola di Aaron Sorkin, che racconta (e romanza) la storia di Molly Bloom, propone una versione molto evoluta del poker portato al cinema, sia per il fascino del personaggio della Bloom che per i punti di contatto con il genere crime e il thriller psicologico.
Nel corso del film, tuttavia, la voce narrante riesce a sintetizzare in maniera davvero efficace, anche per il linguaggio comprensibile a tutti in un ritmo che rimane serrato, alcuni aspetti affascinanti ma oscuri del gioco del poker: le decisioni da prendere per il lungo periodo, la costanza del regular e il mostro del tilt sempre in agguato.

Cinema e poker: i cliché e il dilemma etico

C’è poi un altro aspetto che costituisce e ha costituito un ostacolo implicito a una presenza più costante del poker nei copioni cinematografici: quello che potremmo definire etico.

A lungo, il poker è stato associato a contesti borderline, le classiche bische fumose, il baro, il regolamento di conti pistola alla mano, eccetera.

L’archetipo di questo tipo di narrazione è costituito da “Cincinnati Kid“, capolavoro del 1965 diretto da Norman Jewison, con un epico duetto-heads up tra Steve McQueen ed E.G. Robinson.

Il contesto narrativo di Cincinnati Kid è quello da saloon, anche se contiene in sé citazioni memorabili che uscirebbero dai cliché che imprigionano il poker. In una di queste, il vecchio Lancey Howard riconosce una qualità a Slade: “It’s a pleasure to meet someone who understands that to the true gambler, money is never an end in itself, it’s simply a tool, as a language is to thought”. Ovvero, “è un piacere incontrare qualcuno che capisca come per il vero giocatore, il denaro non è un mero fine, ma più semplicemente uno strumento, come il linguaggio lo è per il pensiero”. Perle di saggezza, che solo in pochi possono cogliere.

E oggi? La situazione non è migliorata, nonostante il poker sia stato sdoganato e legalizzato. Le dinamiche del nostro gioco preferito sono anzi, ormai, utilizzate sempre più spesso per addestrare politici e manager al decision making, ovvero a prendere buone decisioni per il medio-lungo periodo, basandosi sulle informazioni a disposizione. Ma tutto questo non basta a “liberare” il poker dal giogo dei cliché. Dunque, la sua trasposizione filmica è ancora oggetto di preconcetti e rimane una pista poco battuta.

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