Thursday, 2nd April 2026 23:59
Home / Fenomenologia del coinflip: perché non sono tutti uguali

“Non mi fido molto delle statistiche, perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media.” La celebre frase, attribuita a Charles Bukowski, ha un legame inimmaginabile con il gioco del poker. Un gioco dove conta sì la realtà, ma anche la percezione di essa. Come nella vita, del resto.

Il coinflip, croce e delizia del pokerista

Il Texas Hold’em è permeato di terminologie prese dal linguaggio americano, a volte italianizzate, altre lasciate in inglese. Un caso tipico è quello del “coinflip“, per il quale effettivamente “lancio della monetina” o “colpo al 50%” non sarebbero state diciture altrettanto efficaci.

Dunque, il coinflip (ma anche l’estremo abbreviativo “flip”) è entrato nella quotidianità di milioni di pokeristi, italiani compresi. Da esso dipendono spesso le sorti di un colpo, ma anche di un torneo. Ed è proprio questa, la principale linea di demarcazione da tracciare.

In generale, per i pochi che non lo sapessero, si definisce tale un colpo nel quale due giocatori finiscono allin avendo ciascuno circa il 50% delle chance di vincere. Il coinflip classico è in allin preflop, ma si definiscono tali anche situazioni in cui due giocatori finiscono ai resti sulle strade successive. Ad esempio: allin tra A K e 10 J su flop K Q 3, con il primo giocatore che ha circa il 48% di vincere, contro il 52% del secondo giocatore che ha un combo-draw.

Detto ciò, entriamo nell’ambito della famosa citazione di Bukowski, il cui senso stava in una certa naturale assurdità, insita nei dati numerici. Quando si tracciano medie o si definiscono probabilità, in quelle percentuali rientrano sia le casistiche più comuni che i casi limite.

Come sappiamo, il coinflip preflop tra A K e una qualsiasi coppia inferiore rimane tale, comunque si vada poi a manifestare il cosiddetto “runout”, ovvero la discesa del board che poi decreta una mano vincitrice e una perdente.

Nonostante sia un colpo che si perde circa una volta su due, il giocatore è naturalmente portato ad accettare più facilmente uno scontro fra il suo A K e i 2 2 dell’avversario in cui scende subito un flop 7 2 6 che è già definitivo, piuttosto che un beffardo board A A 7 5 6 che assegna un incredibile colore al rivale, vanificando quello spettacolare trips centrato sul flop.

Eppure, sia le manifestazioni più banali del board che le più rocambolesche, rientrano in quel 50% vs 50% decretato quando il gioco si è chiuso con l’allin preflop.

Dunque, questo è un tipico caso in cui la realtà rimane la medesima, ovvero di una decisione che ci porta a vincere o perdere più o meno con pari chance, ma come effettivamente questa chance si concretizza cambia del tutto la nostra percezione, alterandola. O meglio, anche se sei vittima di un caso limite come quello sopra descritto, non puoi realmente parlare di sfortuna: quel colpo, comunque, lo perdi una volta su due, non importa come.

Torneo o cash game, per me pari non sono

Nella fenomenologia del coinflip, poi, sposta moltissimo la modalità di poker in cui esso avviene. Nel cash game, in cui le chips hanno valore monetario, abbiamo una temporalità neutra, orizzontale. Se perdiamo un coinflip che ci costa tutto lo stack, abbiamo la possibilità di rientrare acquistando una nuova posta. Le nostre chance di uscire vincitori da quel tavolo rimarranno inalterate, al di là di come andranno i colpi successivi.

Nei tornei di poker, invece, il “quando” conta eccome. La modalità torneo conferisce una temporalità verticale assente nel cash game, che aggiunge un elemento fondamentale: vincere o perdere un coinflip non ha più a che fare soltanto con l’asettica statistica della monetina, ma diventa fondamentale il momento in cui ciò accade.

Per intenderci, se perdiamo un 10 10 vs A K nel primo livello di un torneo online da 5€, da un punto di vista monetario l’esito del colpo non sposta nulla, se non il singolo buy-in che eventualmente perderemo.

Se invece ci capita al tavolo finale di un torneo live importantissimo, allora lì il discorso cambia, e anche di molto.

Charles Hook e il coinflip più devastante della storia

Circa un anno e mezzo fa, l’americano Charles Hook sperimentò sulla sua pelle un coinflip tra i più beffardi e devastanti della storia. In esso, infatti, si celano i peggiori scenari da incubo per un giocatore: perdere un flip in un momento dall’altissima rilevanza monetaria e farlo con un board che metterebbe a dura prova la pazienza di chiunque.

Siamo ai campionati del mondo di Las Vegas, in un Super High Roller da 250.000$ di buy-in e sono rimasti solo in 5 a contendersi il titolo. Tutti hanno 1.237.296$ già virtualmente in tasca, ovvero il premio spettante al quinto classificato, ma la vittoria vale 5.415.152$, insieme all’agognato braccialetto.

Su blinds 400.000/800.000/800.000, Chris Hunichen rilancia da cutoff a 2.000.000. Sul bottone siede Charles Hook, che va allin per 13,5 milioni. Ma non finisce qui, perché sullo small blind siede Ben Tollerene che va a sua volta ai resti, coprendo entrambi i giocatori. A questo punto, Hunichen si fa da parte lasciando i due allo showdown:

Charles Hook gioca con 10 10, Ben Tollerene mostra A K e, per la cronaca, ha un out in meno poiché Hunichen ha foldato A J.

Considerando anche l’asso “bruciato”, Hook non si trova di fronte a un vero e proprio coinflip, essendo in vantaggio con il 60,68% contro il 38,92% di Tollerene. Rimane poi una remota chance di split pot, quantificata nello 0,4%.

Il flop è 2 2 4 e il vantaggio di Charles cresce fino a quasi l’80%. Il turn 2 gli consegna un full che porta l’equity di Hook all’85,71%. A Tollerene rimangono gli A, i K e l’ultimo 2 del mazzo, per un totale del 14,29%.

Il river, manco a farlo apposta, è il 2 che completa il “quads” sul board, concretizzando quello che nel gergo pokeristico si chiama “counterfeit”, ovvero quando un punto di un giocatore viene superato da un altro componibile con le carte comuni.

Charles Hook perde il coinflip della vita, nella maniera più devastante possibile. E chissà se, in quel momento, avrà pensato a Charles Bukowski, alla statistica, alla testa nel forno e ai piedi nel congelatore.

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