Tra i tantissimi personaggi che hanno popolato e popolano il mondo del poker, ce ne sono alcuni davvero interessanti. Tra questi c’è senza alcun dubbio anche Jeff Sarwer, che oggi ha 48 anni ma è come se avesse già vissuto due o tre vite. E nella prima di queste era stato un bimbo-prodigio degli scacchi, dimostrando poi un grandissimo potenziale anche nel poker.
Jeff Sarwer: perché era già famoso a 7 anni
Nato in Canada nel 1978, Jeff Sarwer era cresciuto in una famiglia particolare, con una figura paterna problematica e ingombrante. Mike Sarwer, infatti, era un personaggio controverso, che non credeva nel lavoro e nelle convenzioni della società, viveva da nomade insieme alla famiglia di cui aveva un totale controllo. A Jeff e alla sua sorella maggiore Julia erano stato impedito di andare a scuola, a occuparsi della loro istruzione era stato papà Mike, che li aveva anche introdotti agli scacchi portandoli a diventare campioni mondiali per la loro età, nel 1986.
Mike portava Jeff nei club e nei parchi a sfidare chiunque, e a ogni Canada Day (il 1 luglio) il piccolo Jeff era solito sfidare 40 avversari in contemporanea a Parliament Hill, Ottawa, fin dall’età di 7 anni. E, sempre a 7 anni, era stato invitato a commentare un match mondiale tra Garry Kasparov e Anatoly Karpov. Era il 1986 e il piccolo Jeff annunciò la possibile mossa di un pedone da parte di Karpov. Il russo poi fece effettivamente quella mossa, impiegando però 30 minuti per decidere, mentre il piccolo Jeff ne aveva impiegati appena due…
Per intenderci, prima che compisse 11 anni, di Jeff avevano già scritto Time, Rolling Stone, Sports Illustrated e Vanity Fair. L’argomento non era solo il suo indubbio talento per gli scacchi, ma anche e soprattutto il suo caso familiare, con un padre-padrone così ingombrante. Finì male, con Jeff costretto a fuggire dagli scacchi e dall’America per liberarsi dal giogo paterno, trasferendosi in Europa anche grazie alla doppia cittadinanza (la madre era finlandese).
La fuga dagli scacchi e la scoperta del poker in Europa
“Vivevo come un latitante”, raccontava Sarwer dei suoi primi anni in Europa, anni in cui usò diversi nomi, prima di decidere di riassumere il suo nome originario. Al tempo si era ormai stabilito a Danzica, in Polonia, dove aveva avviato una sua azienda edile.
In Europa conobbe anche il poker, per il quale aveva una naturale inclinazione, anche per il suo cervello già abituato agli scacchi. Il suo primo torneo live in assoluto è l’EPT Praga 2008, quello che sarà poi vinto da Salvatore Bonavena. Jeff chiude al 54° posto per 7.000€ di premio, ma è solo l’inizio.
Nel 2009 centra due top 10 consecutivi in altrettanti Main Event: a Varsavia dà spettacolo anche se poi conclude solo al 10° posto. Ancora meglio va a Vilamoura, dove chiude al terzo posto per 156.170€.
Sembrava l’inizio di qualcosa di importante, ma Jeff Sarwer allora non era un semplice trentunenne. Era come se avesse già vissuto due, tre vite, in buona parte per la tormentata infanzia che l’aveva poi costretto a reinventarsi diverse volte.
Diventare un campione di poker sarebbe stato possibile, grandi giocatori come Shaun Deeb e Jim Collopy avevano una enorme stima di lui, ma forse Jeff temeva che sarebbe diventata una sorta di prigione, come erano stati gli scacchi nella sua infanzia. Così, ha preferito continuare la sua vita lontano dai tavoli, ma non per sempre.
Jeff Sarwer e il poker: il ritorno
Dopo alcuni anni di stop, Jeff Sarwer ha ripreso a frequentare circuiti come l’European Poker Tour di PokerStars, quello con il quale era nata la sua passione per il giochino. E nel dicembre scorso, è andato vicino al colpaccio arrivando 21° al Main Event dell’EPT Praga, per 29.400€ di premio.
Un risultato che può apparire casuale ma forse non lo è. Forse è anche il segnale che Jeff Sarwer vuole dare, agli altri ma soprattutto a se stesso: quando si accende, Jeff è sempre capace di lasciare il segno.
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